Silenzi e memorie sugli altopiani della Grande Guerra

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“Il mio amico non è tornato dal campo di battaglia, signore. Le chiedo permesso per andare a cercarlo” disse un soldato al suo tenente. “Permesso negato!!”, replicò l’ufficiale, “non voglio che lei rischi la sua vita per un uomo che probabilmente è già morto”. Il soldato, senza prestare attenzione al divieto, se ne andò e un’ora dopo ritornò ferito mortalmente, trasportando il cadavere dell’amico.
L’ufficiale era furioso: “Le avevo detto che ormai era morto! Mi dica se valeva la pena andare fin là per recuperare un cadavere!?!” Il soldato, moribondo, rispose: “Certo, Signore! Quando l’ho trovato, il mio amico era ancora vivo e ha potuto dirmi: “Ero sicuro che saresti venuto!”

Mi hanno sempre affascinato le vecchie strade militari che, soprattutto dopo gli eventi bellici, costituirono vie di accesso ai campi di battaglia per i “recuperanti”: uomini (ma anche donne e bambini) che  raccoglievano, spesso non senza rischio, resti di manufatti bellici disseminati nelle gallerie e negli avvallamenti carsici: proiettili, granate (esplose e inesplose!),  filo spinato, “shrapnel”, lamiere e rottami. Con destino lento ed ineluttabile, la pace distrusse così tutto quanto costruito dall’uomo durante la guerra.
Più di ottant’anni fa, precisamente nel 1922, un Regio Decreto istituì la Zona Sacra del Pasubio e, nell’ambito dei programmi di propaganda tipici del ventennio fascista, il Genio Militare sostituì -nel 1938- la mulattiera di accesso alle Porte del Pasubio sul versante della Val Canale, con l’attuale Strada degli Eroi, un’ardita via di comunicazione che sale dalla Vallarsa e attraversa la Galleria d’Havet. Ed è su questo pezzo di storia che ho voluto trascinare i miei compagni di avventura, ancora una volta, lungo la Strada degli Eroi ed il Sentiero Tricolore.

E’ quasi buio e dai nebbiosi 1162 metri del Passo Pian delle Fugazze, dove abbiamo parcheggiato e per tutti i 767 metri di dislivello che ci attendono, non incontreremo più nessuno.
Faticosamente raggiunta e oltrepassata la Galleria d’Havet, ci affacciamo alla Val Canale: nella notte le luci del rifugio “Generale Achille Papa” ci appaiono di lassù come un faro, le uniche tracce di vita sull’altipiano. Come bambini rincuorati avanziamo alla luce (resa debole dal freddo e dall’umidità) delle torce, anche se un manto stellato come rare volte si riesce a vedere, sarebbe -da solo- sufficiente ad illuminare i nostri passi.
Arriviamo stanchi ed affamati, divorando tutto il sostanzioso menù e poi, il segnale che tra poco verrà staccato il generatore ci fa andare tutti a dormire.
Il giorno successivo ci aspetta il “percorso tricolore”, un itinerario tra resti di trincee e gallerie, realizzato nella Zona Sacra e inaugurato circa trent’anni fa, nel 1973, dal Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra (C.G.O.C.G., la sigla che compare in molte targhe commemorative).
L’anello inizia alle spalle del rifugio: salendo a sinistra e oltrepassando il bivacco invernale, ne battiamo il tracciato, salendo in quota con belle panoramiche sulla Strada degli Eroi, affrontata ieri notte: da qui e con la luce del giorno (!), se ne apprezza l’audace ed aereo tracciato. Si piega ora verso nord, il primo incontro sul crinale avviene con i suggestivi resti dell’ex Rifugio Militare al Cogolo Alto, a quota 2200 metri, poi, sopra le nuvole, avanziamo in ordine sparso, in silenzioso ossequio al luogo, con lo sguardo teso a frugare tra le pietre, tra l’erba, tra resti di trincee, fino a giungere alla vetta più alta del gruppo del Pasubio: la Cima Palòn, alta “solamente” 2232 metri, ma che costituisce un fondamentale punto strategico da cui tenere sotto controllo tutto l’altipiano. Qui, lo sguardo spazia a 360° tutt’intorno: uno schema panoramico indica la posizione degli schieramenti avversari e fornisce il nome delle principali montagne visibili.
Sotto la cima si apre invece il tortuoso e complesso sistema ipogeo di gallerie che portano il nome del “Generale Achille Papa”, uno straordinario sistema sotterraneo che si sviluppava fino a raggiungere le postazioni avanzate verso il Dente Italiano.
Immaginiamo ora il durissimo inverno di guerra tra il 1916 ed il 1917: dopo che la Strafexpedition era finita in un’inutile carneficina, ognuno dei due schieramenti era pressochè fermo sulle posizioni acquisite e si moriva più per assideramento e per le valanghe, che per i colpi del nemico. Prendere il Pasubio, importantissimo dal punto di vista strategico, voleva dire per gli Austriaci avere accesso alla Pianura Padana e accerchiare l’intero Esercito Italiano che, ostinatamente, qui resisteva ad ogni offensiva.
Il Pasubio divenne -suo malgrado- protagonista di un’estenuante guerra di posizione, dove gli eserciti si impegnarono nella costruzione di un’ardita rete di strade e teleferiche per un rapido e più sicuro rifornimento alle prime linee. Sulle più alte creste, come formiche nelle loro trincee, ogni uomo viene chiamato ad un’incredibile guerra sotterranea.
Settembre 1917: i genieri italiani scavano una galleria in direzione del Dente avversario per farlo saltare con una mina ma, anche gli austriaci stanno scavando e anticipano gli italiani, facendo brillare una contro-mina che provoca la morte di una quarantina di uomini. E’ solo l’inizio di un un allucinato scavare di gallerie e di controgallerie, in cui ognuno sente il nemico picconare il ventre ghiacciato della montagna a pochi metri da lui. Gli austriaci sono però favoriti dalla morfologia del terreno, che consente di avanzare a quote inferiori delle gallerie italiane e fanno così saltare i pozzi che gli avversari scavano poco più sopra: durante quel durissimo inverno perdono la vita più di un centinaio di italiani.
Il 13 marzo 1918 circa 50 tonnellate di esplosivo austriaco sono pronte ad essere fatte brillare sotto il Dente Italiano: all’ordine del Comando Austriaco una deflagrazione violentissima apre letteralmente la montagna in due, riducendola ad un cumulo di detriti fumanti, la fine di una guerra sotterranea che ha sfinito entrambi gli eserciti. Dopo l’estate, con l’ultimo contrattacco di novembre, gli austroungarici -ormai privi di aiuti da Vienna- iniziano lo sganciamento e la definitiva ritirata.
Per raggiungere la zona dei Denti, dalla Cima Palòn si scende alla Selletta Damaggio (2200m), dove una scalinata scavata nella montagna consente di scalare il Dente Italiano. A destra, un altro imbocco delle numerose gallerie di manovra per lo spostamento ed il ricovero di uomini e materiali, consente di raggiungere postazioni per mitragliatrici e osservatori.
Continuiamo in direzione nord e saliamo sul Dente Austriaco, perforato da alloggiamenti per le mitragliere, con le retrostanti trincee in cemento armato, apparentemente più solide e meglio costruite di quelle italiane, con ancora evidenti tracce della cura con cui vennero pensate e realizzate. Più avanti, ossa e rottami di ferro formano un’insolita croce di vetta, a fianco di un cimitero militare. Abbiamo in gola una sola domanda, senza risposta: perchè?
Scendiamo e, ritornati alla Selletta dei Denti, ci innnestiamo a sinistra in una traccia che scende tra trincee, doline e vallette sconvolte dalle granate. Il sentiero si fa carreggiabile quando giunge alla Chiesetta di Santa Maria del Pasubio, girato attorno alla quale basta seguire la strada che ritorna (in direzione sud) alle Porte del Pasubio: consigliabile una breve deviazione fino alla saletta di Comando che si apre fra la Cima Palon ed il Corno del Pasubio. Poco oltre, il vistoso monumento dell’Arco Romano commemora il punto più avanzato raggiunto dallo “straniero” e la scritta “Di Qui Non Si Passa” ne rafforza retoricamente il significato.
Dopo il rifugio “Papa”, è solo una bella discesa, con qualche mountain bike che sfreccia giù per la Strada degli Eroi serpeggiando verso il prossimo tornante. Passiamo anche la galleria d’Havet, ed è come uscire dalla macchina del Tempo, chiudendoci alle spalle un sacco di riflessioni, e il mondo cambia aspetto e si fa sereno.
Sta a noi non dimenticare.

INFO & LINKS
Altitudine max: 2232m
Difficoltà: E
Dislivello: 1070m
Tempo complessivo: si può fare in una giornata
Periodo consigliato: tarda primavera, inizio autunno
Carte: Carta escursionistica, foglio 101, Rovereto e Monte Pasubio, 1:50.000, Kompass
Libri: Pieropan e L. Baldi, Guida al Pasubio, Edizioni Panorama, Trento.
AAVV., 55 sentieri di pace, Itinerari sul fronte delle Dolomiti, Pasubio e Altipiani, Grappa, Zanichelli
web: www.guerrabianca.it e www.grandeguerra.com

La “Strada degli Eroi” vista dalle pendici del Pasubio
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