Dove il Làtemar si specchia nel Lago di Carezza

Nessuno ne ricorda più il motivo, il fatto è che durante uno dei rientri a casa dopo un’escursione, passammo per la Val d’Ega, fermandoci a fare due passi intorno al Lago di Carezza.  Ci abbandonammo al silenzio, all’assenza di turisti (a quell’ora già tutti in fila sull’autostrada) e al suggestivo profilo dei campanili di roccia del Làtemar verniciarsi alla luce del tramonto: “Pensate che emozione, essere lassù fra quelle creste…” Fu la frase (inconsapevolmente premonitrice) che allora venne pronunciata da uno di noi…

Il Làtemar al tramonto si specchia sul Lago di Carezza
Il Làtemar al tramonto si specchia sul Lago di Carezza

28 giugno 2003: due anni dopo stiamo caricando sull’automobile l’attrezzatura da ferrata, indispensabile per affrontare l’escursione sul Làtemar che ci siamo prefissati: la Ferrata dei Campanili. Durante il viaggio, il tinninnare dei moschettoni che ci accompagnerà dal bagagliaio, sarà un suono tanto suggestivo quanto inconsueto per noi, ma siamo troppo emozionati e carichi di aspettative per rendercene conto.
Arrivati al passo di Costalunga lasciamo l’auto decidendo per la via più diretta, il segnavia AVS n.17: ora c’è un bel sole caldo ma sono in previsione i (soliti) temporali pomeridiani. Man mano che la quota s’innalza, i prati fioriti diventano sottobosco di conifere, poi canaloni rocciosi, fino ad innestarsi con il sentiero n.18 proveniente dal Karer See.
Il percorso cambia e si fa veramente duro: aspri balzi rocciosi vengono superati dal sentiero ora con strette e decise rampe, ora con ampie e sparse tracce di aggiramento. Ancora prima di arrivare alla cresta un rovescio di pioggia ci constringe a rallentare il passo e ad indossare qualcosa di impermeabile. Bisogna anche superare un tratto di placche rocciose inclinate e liscie, al limite del coefficiente di attrito dello scarponcino: un passaggio poco piacevole, dove una coppia di maturi coniugi inglesi ci lancia un sorriso cordiale e perplesso ad un tempo. Raggiunta (e doppiata) la Forcella Piccola, sempre sul tracciato n.18, scolliniamo sulla poderosa dorsale est della montagna ed incontriamo gli due ultimi escursionisti della giornata; poi, per un lungo tratto, il sentiero si fa più insidioso: in più punti attraversa profondi canaloni e colatoi di sfasciumi in modo estremamente esposto, senza ausili attrezzati di assicurazione, solo confidando nel proprio cuore -e piè- saldo. Dopo il “passaggio della tartaruga” (lascio alla fantasia di ognuno la libera interpretazione di questo appellativo…) ci rassegnamo all’idea che all’AVS (i cugini tedeschi del CAI) utilizzino parametri diversi per la valutazione delle difficoltà dei loro sentieri.
Quando sembrava che la minaccia del temporale incombente rimanesse tale almeno fino al bivacco, pioggia, vento e fulmini cominciano la loro vorticosa danza sul pietroso palcoscenico del Làtemar. Sferzati dalle ondate di vento ed acqua gelida, tra il crepitìo dei fulmini che si scaricano sulle rocce, seguiamo i segnavia fin su Cima Schenòn, sfioriamo i 2800 metri: ma il sentiero non doveva scendere? Con orrore, appare -tra gli strappi della nuvolaglia- il bivacco, quasi duecento metri in fondo a questo precipizio… La via da qui è preclusa, dobbiamo tornare indietro, trovare il bivio mancato, la traccia per la discesa! Attilio infonde fiducia al gruppo, a me compreso che, per distrazione, scivolo facendo rotolare giù qualche sasso… calma, ora ci vuole solo calma.
Per canalini, roccette, non sappiamo bene ancor’adesso come, riusciamo a scendere di quota, fino a che il Bivacco Mario Rigatti è ad un passo da noi. Entriamo fradici in una baracca vuota, un punto arancione in quella luce bluastra della sera imminente. In realtà il ricovero è ben tenuto ma mancano le coperte: sapremo poi essere una scelta forzata presa dalla SAT a seguito dei ripetuti furti! All’accensione del CampingGaz passano il freddo e le preoccupazioni, lasciando spazio al nostro abituale buonumore prima che sia notte. Siamo a duemilasei, fa freddo ma, almeno, non piove più.

Il giorno seguente il tempo è bello e ci prepariamo una colazione con la spettacolare vista sul Catinaccio, la splendida Roda di Vael e, proprio di fronte a noi, le verticali pareti dello Schenòn.
Il tempo di indossare l’imbrago e “attacchiamo” la Ferrata dei Campanili, che inizia appena dietro il bivacco col segnavia n.511 del CAI di Predazzo. Scaliamo le friabili rocce aiutati da corde fisse, giungendo subito al punto chiave della ferrata: una vertiginosa fessurazione dove ci si cala con pioli metallici, per poi risalire con una scala verticale: un bel passaggio. Seguono poi ripide roccette attrezzate, cengie, maestosi intagli e gole tra le rocce, che portano al pendio detritico del versante che scende alla forcella dei Campanili (2590m) dalla quale si gode di una spettacolare vista sulla Cima Forcellone, il versante nord e la zona centrale del gruppo, a est.
Qui termina il tratto attrezzato n.511 e noi, euforici, nel ritorno sfruttiamo il più comodo sentiero n.18, che scende a mezza costa, senza grandi dislivelli, attraversando buona parte dello sgretolato versante sinistro della Val Sorda e, tenendosi sotto la ferrata appena percorsa, ci conduce fino alla dura risalita del ghiaione che porta alla Forcella Grande.
In circa un’ora siamo nuovamente al Bivacco Rigatti, per recuperare il sacco a pelo ed altre cose di cui c’eravamo alleggeriti per meglio affrontare la ferrata. Dal bivacco seguiamo flebili segni rossi sulla roccia, che indicano erti, apparentemente ciechi passaggi su ripidi e spossanti gradoni: non ci sembra possibile -solo ieri- d’essere passati di qui. Comunque sia, in meno di un’oretta ritorniamo alla spianata di Cima Schenón.
Una curiosità di toponomastica: molto tempo fa lo Schenón veniva riconosciuto per “Cima Orientale del Latemàr”, ma la vecchia dizione lasciò il posto a quella odierna, per via del grandioso costolone orientale ben riconoscibile fin dal Passo di Costalunga.

Panorama sul Làtemar dalla dorsale dello Schenòn
Panorama sul Làtemar dalla dorsale dello Schenòn

Oggi il panorama è sublime: più alto di noi solo il Cimón del Latemàr che, con i suoi 2842 metri, rappresenta la cima più elevata del gruppo ma, con protagonista l’imponente mole del “Giardino delle Rose”, lo sguardo si posa anche sulle altre cime, sulla Marmolada e poi, girando a 360 gradi, di nuovo sulle guglie dei Campanili e, profondamente più in basso, sulla goccia verde del Lago di Carezza. Peccato doversene andare.
Si scende ora per il largo dosso della cresta, poi riattraversando gli esposti passaggi di ieri, fino alla forcella Làtemar Piccola, punto in cui eravamo giunti il giorno precedente dal segnavia n.18 e che ora abbandoniamo per il n.517, per continuare la discesa stavolta dal lato est, con un lungo aggiramento.
E’ -quest’ultimo- un lungo e bellissimo sentiero: una rassicurante traccia a cui ci abbandoniamo piacevolmente. All’ombra delle ultime verticali propaggini del Làtemar, le bancate rocciose cedono sempre più spazio ad erbosi prativi popolati da saltellanti marmotte e poi, tuffandoci nel sottobosco, verso la fine dell’escursione, incontriamo anche un paio di caprioli che spariscono rapidamente alla nostra vista. Quasi come avrebbero fatto, quella sera stessa, pizze e birre, lasciando piccole briciole di memoria della nostra prima ferrata.

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